Di molti film o libri che escono, una buona parte dei fan tende a produrne storie, cioè versioni alternative, seguiti ideali, oppure eventi accaduti in un punto intermedio, nati dalla loro mente, o meglio dall'idea che si sono fatti della storia raccontata da quel libro o film. La cosa mi ha portato a pensare a quando io molti miei coetanei eravamo piccoli, in quel periodo quando uscivano nei negozi i giocattoli raffiguranti i personaggi dei cartoni, noi li volevamo tanto per giocarci, facendogli fare tutti quello che volevamo noi, e non il loro creatore. Scrivere una fan ficition potrebbe essere un residuo di questa nostra attività passata: giocare con i personaggi delle storie, dei film, o delle favole, senza possederne fisicamente un giocattolo. La sola differenza è che questo gioco lo condividiamo con gli altri solo a momento in cui pubblichiamo la nostra versione sui siti pubblici no profit.
Quando cresciamo, quando entriamo nella pubertà non ci viene più di usare un giocattolo comprato in un negozio, soprattutto per cambio di interessi e dei modi di giocare portati da quest'età, ma nella nostra testa resta sempre l'idea del gioco infantile che abbiamo fatto, e si esterna nel far fare ai personaggi quello che si vuole, prima con la mente, poi con le parole scritte.
Scrivere qualcosa di tutto nostro potrebbe pure essere considerato un gioco, ma visto molto, molto più in grande. In una fan fiction il materiale è tutto sottratto dalla visione di un film o dalla lettura di un libro; scrivere qualcosa di proprio è molto diverso perchè l'idea viene a noi autonomamente, siamo noi stessi a svilupparla ed elaborarla dall'inizio alla fine. Magari potremmo essere lo stesso ispirati da qualcosa, ma questo è ancora più diverso: ispirazione significa farsi suscitare un'idea da qualcosa, e non prendere il prodotto completo di altri per deformarlo a piacere.
lunedì 19 novembre 2018
lunedì 15 ottobre 2018
Pensiero profondo.
la diversità non piace perchè quello che è diverso è sconosciuto, essendo sconosciuto non si può prevederne le azioni, quindi può fare al comune qualunque cosa, anche brutta, che è quello che i più si aspettano e non sanno esattamente quale.
Ma non è solo questo: il diverso, essendo sconosciuto e imprevedibile, non lo si può nemmeno controllare. La sua sola presenza basta a rompere l'illusione del controllo o dell'equilibrio, che è la base della vita che tutti vorrebbero.
Ma non è solo questo: il diverso, essendo sconosciuto e imprevedibile, non lo si può nemmeno controllare. La sua sola presenza basta a rompere l'illusione del controllo o dell'equilibrio, che è la base della vita che tutti vorrebbero.
martedì 9 ottobre 2018
Catalogo Autori
Dall'alto guardano altri
David, tessitore del tempo,
Joanne, figlia dei miti,
Diana, della magia l'avida,
Daniel, delle offese il prodigo,
Michael, il fantasioso assennato,
Astrid, la saggia bambina,
se si sa chi sono
la vita è piena di loro.
lunedì 8 ottobre 2018
Coraline VS Slade House
Quando lessi il libro "I Custodi di Slade House" di David Mitchell ripensai quasi subito a "Coraline" di Neil Gaiman/Tim Burton. In entrambe le storie c'è il principio di Hnasel e Gretel, ma il paragone sta nel fatto che l'uno è più moderno, più gotico, e meno grottesco e colorato dell'altro.
In Slade House le vittime sono persone diverse, ma tutte emarginate e infelici, le tipoche persone fuori da tutte le classifiche sociali, e quindi prede molto appetitose per i paranormali gemelli Grayer.
Come in Coraline le vittime si rivelano in forma di fantasmi al nuovo malcapitato; in Coraline una sola volta, perchè solo una bambina è la protagonista, in Slade House ogni volta che i due carnefici entrano in azione. Infatti, mentre in Coraline tutto avviene nell'arco di pochi giorni, gli eventi di Slade House sono scanditi dal trascorrere di nove anni in una data precisa, in cui una nuova preda viene addescata e intrappolata.
I bambini rapiti prima di Coraline saranno di aiuto alla protagonista nel riuscire a salvarsi, in Slade House i precedenti "ospiti" dei gemelli Grayer saranno solo spettatori impotenti delle sventure, tranne che per gli ultimi due casi: nel primo la sorella di una delle vittime, nonchè nuova preda da perseguire non sarà presa dai gemelli proprio grazie allo spirito della sua amata sorella, tuttavia senza riuscire ad evitare la morte; l'ultima vittima sarà protagonista di un inaspettato colpo di scena in cui un Deux Ex Machina stravolgerà ogni cosa.
Coraline come unica morale ha solo il famoso "accontentati di quello che hai", Slade House è pieno di riflessioni sul corso della vita fatte da tutti i disadattati sfortunati che passano ogni nove anni, in cui lamentano le mancanze e le sporadiche qualità delle società e della natura umana. Sulla seconda parte della narrazione una bellissima metafora viene coniata da Mitchell. "Il dolore è un'amputazione, prima o poi si chiude; la speranza è un'incurabile emofilia, sanguina e sanguina" e viene detta da Freya Timms, penultima preda che spera ancora di poter ritrovare la sorella, nonostante sia scomparsa ormai da nove anni. Un modo come un'altro per dire che la speranza è spesso irrazionale, la si mantiene pur sapendo che poco o nulla si può fare.
Pure le altre vittime sperano tanto in qualcosa: Nathan non solo vorrebbe rivedere suo padre che lo ha abbandonato, ma sogna di realizzare se stesso senza essere oppresso da sua madre. Gordon e Sally Timms si sentono dei falliti ma sembrano avere una speranza nascosta di poter risalire.
Per questo i gemelli Norah e Jonah sfruttano le loro speranza per trarli in inganno, così come in Coraline il misterioso essere affamato sfrutta i desideri delle sue vittime per poterli attirare in trappola. Ma in Coraline sono desideri ingenui che tutti i bambini devono imparare a tenere a freno,
e la protagonista sembra impararlo - sia nel libro che nel film - quando dice "Io non voglio per davvero tutto quello che desidero, altrimenti la vita sarebbe noiosa"; in Slade House i protagonisti sono in un profondo stato di insoddisfazione soprattutto verso se stessi, una sensazione di incompletezza che abbraccia tutta la loro vita.
L'unica comunione tra Coraline e Slade House è la trappola con l'esca, il paragone sta nel pubblico a cui è indirizzato, l'uno ai bambini l'altro ai giovani adulti, entrambe fasce di età in cui si ha qualcosa di diverso da imparare: accontentarsi per gli uni, per gli altri non lasciarsi prendere dalle proprie angosce.
giovedì 30 agosto 2018
martedì 28 agosto 2018
Banditi e marionette (Katherine Paterson)
Non vi biasimo se non avete mai conosciuto questo libro, ma prima o poi qualcuno lo dovrà pur riportare agli occhi degli altri. Avete presente Un ponte per Terabithia, libro di cui nel 2007 è stato fatto un film? Ecco, Banditi e marionette è stato scritto dalla stessa autrice, ed è ambientato in Giappone circa tra il sec XVII e XVIII, dove regnano i latifondisti e i ceti medi faticano sempre di più a trovare i soldi per mangiare.
Jiro è il figlio di un fabbricante di marionette, nato proprio nell'anno in cui i suoi fratelli sono morti di peste, per il grande dispiacere di sua madre che da superstiziosa sembra incolpare lui. Soffrendo per la fame e sentendosi di peso per i suoi genitori, appena riceve la proposta di entrare a far parte di un teatro di marionette come apprendista da uno dei clienti di suo padre, il proprietario di un buon teatro, accetta al volo, sapendo che in quel posto c'è cibo assicurato per tutti e sperando di portarne via per i suoi genitori.
Viene subito accettato dai suoi nuovi compagni, uno dei quali è il figlio scapestrato del proprietario, Kinshi, bravo a mettersi nei guai, e sembra anche cavarsela bene nel suo nuovo mestiere; ma quando viene a sapere che suo padre è scomparso dalla circolazione e che il teatro è coinvolto negli affari di brigantaggio di un leggendario bandito, detto Saburo, le cose si complicano.
Gli artigiani e i piccoli agricoltori, vessati dal latifondismo sono sempre più a corto di denaro e cibo, finendo con organizzare una violenta sommossa in tutta la loro città, mettendo in pericolo sia Jiro, che i suoi amici del teatro di marionette. Jiro rimane scoivolto di scoprire che in questa sommossa si è unita nientemeno che sua madre Isako, ormai più simile ad un animale feroce perchè morta di fame. L'unica cosa che gli viene in mente di fare è cercare di scoprire l'identità del misterioso bandito, sospettando che esso si nasconda proprio nel teatro, nella speranza di ricevere il suo aiuto.
Il bambino protagonista è molto combattuto dal senso di debito che sente verso i suoi datori di lavoro e la sua volonta di scoprire dove si trovi Saburo. Isako, è esattamente l'archetipo della donna disperata abbandonata da suo marito e rimasta senza gran parte dei suoi figli, che per di più non riesce a trovare soldi per mangiare. Sembra odiare l'ultimo fglio rimastole, ma in realtà ha una terribile paura di perdere anche lui perchè è la sola cosa più bella che ancora possiede.
Kinshi, il figlio del proprietario del teatro simboleggia il figlio disobbediente con la grande propensione per aiutare il prossimo, infatti quando Jiro inizia la ricerca di Saburo, questo farà del suo meglio per coprire le sue mosse, oltre ad aiutarlo a portare in sporadiche occasioni del cibo a Isako. Per questo Jiro ha molta paura per lui, che rischia costantemente di cacciarsi nei guai.
In questo libro spicca il contrasto tra la volontà di fare del bene e il pensare a se stessi: Jiro è felice di essere stato assunto in quel teatro per avere sempre del cibo a disposizione, ma dall'altro si sente in colpa nell'osservare le strade dove la gente lotta per la sopravvivenza, e impreca contro di lui per aver trovato l'agiatezza. Oltretutto nelle rare volte che mette piede fuori è molto combattuto pure tra la paura di essere ucciso da qualcuno per un semplice furto, e la volontà di far arrivare del cibo a Isako, e ammira Kinshi perchè lui sembra non avere paura di nulla. Tuttavia le grandi paure di Jiro non gli impediscono di fare quello che lui ritiene giusto anche se stupido e pericoloso, e infatti i suoi sforzi verranno ricompensati, anche se in modo un pò inaspettato.
martedì 14 agosto 2018
La Dolce Vita (di Federico Fellini)
La Dolce Vita è un film del 1960 diretto da Federico Fellini nella sua
maturità che denuncia la vita dei ricchi vista sotto gli occhi dei poveri,
rappresentati da Marcello, giornalista protagonista della storia composta da
otto episodi in cui si è in bilico tra il bene e il mele.
Per esempio uno degli episodi più conosciuti è quello dell’arrivo di
una famosa attrice americana di nome Silvia dove ci si trova nella volgarità
del mondo del cinema e dopo nella poesia della Roma notturna dove avviene il
celebre episodio del bagno nella fontana di Trevi.
Marcello è attratto dalla fisicità di Silvia ma allo stesso tempo
prova pietà per lei travolta dai giornalisti e dai gossip, quando vorrebbe
vivere con più intensità, naturalezza e libertà.
Un simbolo importante è la figura di Steiner, amico di Marcello che
rappresenta l’avido intellettualismo in fuga dal mondo perché incompreso da
esso fino alla fuga suicida (infatti alla fine Steiner si suiciderà).
Poi l’incontro e il congedo dal padre rappresentano la rottura con
l’equilibrio del passato per poi costruirne uno nuovo ottenuto con la maturità,
solo che Marcello in questo film non ha niente per costruirsi questo nuovo
equilibrio.
Il padre di Marcello rappresenta anche il passato distrutto dal Boom economico.
Il film si conclude con un finale tutt’altro che positivo:
Marcello si degrada dopo aver subito la delusione dal suicidio di
Steiner, unico suo modello da imitare, lanciandosi in una volgarissima orgia,
dopo la quale assiste con i suoi amici alla pescata di un mostro marino.
Questi due eventi insieme rappresentano l’estrema degradazione portata
dalla modernità.
Inoltre Marcello non capisce il richiamo di Paolina, ragazzina
conosciuta in una trattoria e paragonata ad un angioletto di pittura umbra, che rappresenta l’innocenza e il
richiamo della grazia divina.
Il fatto che Marcello non la senta più significa che la grazia divina
ormai non può più raggiungerlo.
Marcello nel corso del film scappa dall’amore materno di Emma, la sua
fidanzata, per cercare quello carnale di Maddalena.
Ma secondo me qualcosa di positivo c’è in questo film, perché Marcello
lascia Maddalena e torna a stare con Emma, anche se dopo un brutto litigio;
infatti si vedono i due che sono a letto insieme dopo aver fatto pace prima che
lui riceva la telefonata che lo informerà del suicidio di Steiner.
Steiner inoltre viveva in un appartamento, dove passava le serate con
i suoi amici colti a fare discussioni intellettuali; Marcello lo definiva un
“bellissimo rifugio”.
Forse Federico Fellini deve aver preso da Pasolini, perché ho sentito
dire che anche lui si rinchiudeva nel suo appartamento con la sua cerchia di
uomini di cultura.
Comunque questo film ha segnato la rottura della diga della censura
cattolica che ormai non era più giustificata dal sentire comune, secondo gli
studiosi, da allora qualsiasi restrizione aggressiva sul cinema è stata
chiamata “rogo” (come nel caso di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci)
Ma La Dolce Vita, ottenne il nullaosta perché Fellini aveva già la
“patente di artista”, cioè era già un artista affermato.
Allora quando io l’ho saputo ho pensato “Se il regista fosse stato
qualcun altro non avrebbero lasciato passare quel film e la diga della censura
non sarebbe mai stata sfondata”.
Tutto è capitato soltanto perché Fellini aveva già un terreno di
successi precedenti.
Vi consiglio caldamente di vedere questo film.
Tutto quello che vi ho detto l’ho appreso all’università durante il
corso di Storia e critica del cinema, per il quale ho guardato anche il film.
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